Nei Vangeli non compaiono mai il bue e l’asinello, ma allora da dove arrivano? Ecco cosa bisogna sapere.
Nelle case, nelle chiese, nei presepi di ogni dimensione compaiono sempre loro: il bue e l’asinello. Due presenze che sembrano inseparabili dalla grotta di Betlemme, al punto che per molti fanno parte “ufficiale” del racconto della Natività. Eppure nei Vangeli non c’è traccia della loro presenza. Non un accenno, non una descrizione, nemmeno un dettaglio secondario. Come hanno fatto allora a diventare così importanti nell’immaginario cristiano?
Per capire da dove arrivano il bue e l’asinello bisogna fare un salto indietro, molto prima della nascita di Gesù. La loro radice non è nel Nuovo Testamento, ma in un passaggio dell’Antico. Nel libro di Isaia si legge: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Un versetto che parla di riconoscenza e di fedeltà, in contrasto con l’incapacità del popolo di riconoscere la presenza di Dio.
Nei secoli successivi, la tradizione cristiana ha visto in questa immagine un’anticipazione simbolica della Natività. Non un dato storico, quindi, ma un linguaggio poetico e teologico che è diventato parte della narrazione. Il bue – animale paziente e massiccio – e l’asino – umile e resistente – sono diventati segni di accoglienza, due creature che riconoscono il Bambino prima ancora degli uomini.
La loro diffusione nel presepe non nasce per caso. A inserirli in modo stabile nell’iconografia è stata la tradizione cristiana dei primi secoli, che ha voluto rendere visibile la profezia di Isaia. Man mano che l’arte sacra si sviluppava, pittori e scultori hanno iniziato a rappresentare la Natività con il bue e l’asinello accanto alla mangiatoia, come sentinelle silenziose.
L’esplosione definitiva è arrivata con san Francesco e il presepe di Greccio del 1223. In quell’occasione il santo non immaginò solo la grotta: volle proprio il bue e l’asinello. Da quel momento in poi divennero parte irrinunciabile di ogni rappresentazione natalizia, entrando nel cuore della cultura popolare italiana ed europea.
La forza del bue e dell’asinello sta proprio nel loro non essere protagonisti. Sono figure marginali, ma capaci di dare voce a un messaggio semplice: Dio sceglie ciò che è umile. In un mondo che spesso misura tutto in termini di potere, prestigio e apparenza, la grotta di Betlemme ricorda che la rivelazione avviene nella piccolezza.
Il loro calore che scalda la mangiatoia non è un dettaglio folkloristico. È un modo per dire che anche ciò che è considerato “minore” nella logica umana può diventare fondamentale nella logica divina. E forse è proprio per questo che il bue e l’asinello continuano a commuovere: ci ricordano che la Natività parla a tutti, anche a chi non ha ruoli, titoli o prestigio da offrire.
Così, ogni volta che li guardiamo nel presepe, scopriamo che quelle due presenze silenziose non hanno bisogno di essere nei Vangeli per raccontare qualcosa di vero. La loro storia non è scritta nella carta, ma nella tradizione che ha scelto di custodire un simbolo che ancora oggi continua a scaldare il cuore.
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